
Testo di Andrea Brengola acquistabile su Amazon
Il termine diocesi ha origini remote. L’etimo greco tende ad indicare il concetto o l’idea dell’amministrazione finanziaria dell’istituzione politica, termine che, una volta confluito nella lingua latina, oltre a subire un mutamento apofonico nella forma subisce altresì un mutamento contenutistico e concettuale, finendo così per essere usato per indicare una circoscrizione territoriale.
Dal 286, da Diocleziano in poi, la diocesi romana è formata da più province e si trasforma in un distretto di una delle quattro prefetture del pretorio: Italia, Gallia, Illirico, Oriente.
Il governo della Chiesa, nell’ordinamento costantiniano, adottò questa divisione e il termine diocesi, come altri termini tratti dall’amministrazione imperiale, finì per confluire nella terminologia ecclesiastica.
A cominciare dal IV secolo nel mondo cristiano, il termine diocesi, viene quindi ad indicare, una giurisdizione che comprende in sé più realtà territoriali, cioè le diverse province ecclesiastiche, appartenenti al Patrimonio della Chiesa.
Nel corso dei secoli la diocesi diventa il perno della struttura religiosa imponendosi sempre più come sede vescovile e coincidente con la giurisdizione della città.
L’evoluzione sincronico – diacronica dell’Ecclesia Christi e la struttura istituzionale della diocesi è congiunta nel suo iter vitae ai grandi eventi, ai grandi sconvolgimenti e alle figure storico-politiche del passato e del presente.
La diffusione del Cristianesimo in Italia nei primi secoli, contrariamente ad un’idea molto comune, non è stata rapida bensì ha seguito “un percorso lungo ed articolato”.
Intorno la metà del I sec. il cristianesimo era presente in particolar modo nell’Urbe e in tutto il circondario laziale e tiberino, fino alle terre campano-sannitiche. L’istituzione diocesana andò formandosi molto lentamente. E’ impossibile conoscere prima del IV sec. l’esatta consistenza numerica delle sedi episcopali, la documentazione a disposizione è del tutto frammentaria e in gran parte mutila di informazioni necessarie ed essenziali per la comprensione dello sviluppo storico posteriori.
Tra le fonti più attendibili: gli elenchi di firme dei sinodi e dei concili svoltisi prima del 325, le narrazioni dei martiri; tra le fonti di minore incidenza: reperti archeologici, reperti monumentali.
Il fenomeno di espansione seguì le rotte commerciali terrestri (arterie viarie: Appia, Flaminia, Campana, Æmilia…) approdando: nell’Italia settentrionale, nelle diocesi di Ravenna e Milano giungendo persino ad Aquilea (solo successivamente, nel III sec. nascono le sedi episcopali di Verona e Brescia);
nell’Italia centro-meridionale, prima del sec. IV, in otto diocesi nel continente e due nella Sicilia.
Dopo il 313, con la libertà religiosa concessa da Costantino I il Grande alla Chiesa, assistiamo ad una maggiore diffusione del cristianesimo, sono fondate nuove sedi vescovili; per l’Italia settentrionale diciotto certe, quattro incerte; per il centro, il meridione e le isole venticinque di nuova fondazione ed altre nove probabili.
Alla fine del sec. IV abbiamo quindi settantuno diocesi certe e tredici incerte e quattro sedi metropolitane, in ordine di istituzione; Roma, Milano, Ravenna, Aquilea.
Durante il sec. V il cristianesimo, favorito dalla politica antipagana dei Teodosi, si diffonde ulteriormente nel territorio; aumentarono, per motivi pastorali, le sedi vescovili.
Con l’aumento delle sedi vescovili diminuisce, di conseguenza, l’estensione territoriale delle diocesi più antiche.
Nella maggior parte dei casi le diocesi erette in un municipio avevano come territorio quello del distretto civile corrispondente, anche se alcune sedi vescovili abbracciavano più sedi municipali.
All’inizio del sec. VII le diocesi italiane risultano duecentotrenta. La mutevole situazione politica, le innumerevoli incursioni barbariche, in particolar modo i Longobardi, la scomparsa e la decadenza delle più importanti città, la diffusione di malattie infettive come la malaria… furono, per tutto il sec. IX, la causa della scomparsa di novanta diocesi e della riorganizzazione territoriale ecclesiastica.
Nell’Italia meridionale e in Sicilia assistiamo al fenomeno delle invasioni e delle scorrerie dei musulmani. In particolar modo ricordiamo che, la dominazione araba del territorio siciliano iniziata nell’827 e completata nel 902, fa decadere gran parte dell’organizzazione diocesana.
Con la riconquista normanna tra il 1060 e il 1061 per opera del Conte Ruggiero le sedi episcopali siciliane decadute e distrutte furono restaurate; Palermo divenne metropolitana e ad essa si aggiunsero nel sec. XII, Monreale e Messina.
La vita ecclesiastica siciliana si stabilizzò soltanto alla fine del sec. XII dopo, cioè, la definitiva affermazione del rito latino su quello greco; infatti il territorio siciliano gravitava nell’orbita religiosa di Bisanzio.
La definitiva vittoria del rito latino fu favorita fondamentalmente da eventi di natura politica.
L’avvento e l’affermazione territoriale normanna, a discapito di
Longobardi e Bizantini, consentì una maggiore stabilità politica del territorio e, di conseguenza, grazie anche ai buoni rapporti diplomatici con Roma (fatta eccezione per i controversi e burrascosi rapporti politici durante il governo di Federico II) favorì l’affermazione definitiva del rito latino con la nascita e la successiva fondazione di nuove sedi vescovili.
Durante i XIII-XIV sec., nel periodo storico ricordato per l’affermazione comunale e in seguito, delle signorie e dei principati, assistiamo ad una richiesta di istituzioni di province ecclesiastiche e di diocesi corrispondenti ai nuovi territori.
Alla fine del sec. XV abbiamo un totale di 263 sedi, distribuite rispettivamente: 62 nell’Italia settentrionale, 64 in quella centrale e 137 in quella meridionale.
Nel sec. XVI il totale delle diocesi tende a scendere, se ne perdono tre nell’Italia centrale, otto in quella meridionale, mentre nel settentrione aumenta di una unità per un totale di 253 unità diocesane.
La Rivoluzione francese prima, la dominazione napoleonica dopo, ed infine la Restaurazione furono causa di un cambiamento istituzionale e territoriale delle province ecclesiastiche.
La Santa Sede fu costretta ad affrontare i problemi relativi alla ristrutturazione e alla redefinizione territoriale dei vescovadi e delle province ecclesiastiche.
La strada intrapresa fu quella dei Concordati con le autorità civili dei singoli Stati.
Ricordiamo tra i tanti trattati: 1741, Trattato di accomodamento, stipulato tra la Santa Sede e il Regno delle due Sicilie; 1817, con il Regno di Sardegna; il Concordato del 1818 sempre tra la Santa Sede e il Regno delle due Sicilie; 1819 tra l’Imperatore Francesco I e Pio VII.
Intanto la situazione politica italiana andava trasformandosi: il Risorgimento prima, l’Unità nazionale e territoriale poi, ed infine l’affermazione del governo fascista.
La Santa Sede ha di fronte un nuovo interlocutore: lo stato italiano.
I Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929, posero fine alla Questione Romana la Santa Sede riconosceva lo Stato italiano e quest’ultimo riconosceva la sovranità alla Chiesa su un piccolo territorio, la Città del Vaticano.
Così, grazie a questo nuovo assetto, troviamo 325 diocesi, nel 1951 il numero delle diocesi calò drasticamente a 288 per cui attualmente le diocesi sono 227.
Passando da un’analisi sincronico-diacronico a carattere nazionale ad un’analisi più dettagliatamente comunale e/o provinciale, è doveroso precisare che tutto ciò che si organizza a livello macro tende indissolubilmente a incedere nel piccolo contesto di provincia mantenendo, in linea di massima, gli stessi principi che determinarono l’evoluzione fenomenica della realtà istitutiva diocesana.
Dalla crisi della romanità fino ai giorni nostri, la storia della diocesi di Gaeta si alterna e si affianca in una sola compagine con quella della stessa realtà cittadina. La diocesi conosce così le stesse luci e le stesse ombre della macrostoria nazionale.
A differenza degli altri popoli barbari, che li avevano preceduti nella discesa e nell’invasione della Penisola, i Longobardi, lasciata la loro terra d’origine, la Pannonia, ai primi di aprile del 568, varcarono i confini orientali “cum uxoribus et natis, omnique suppellectili”, a differenza dei Goti di Teodorico, i Longobardi non erano federati o alleati di Bisanzio, bensì veri e propri nemici.
In molti studiosi infatti indicano con l’invasione dei Longobardi del 568 l’inizio di una nuova era: il Medioevo.
Il dilagare dei Longobardi nella penisola stravolse le consuetudini e le tradizioni dell’Impero d’Occidente, tradizioni e costumi preservati dalla stessa Bisanzio (il protettorato dell’Oriente sull’Occidente).
Questi nuovi invasori non ebbero riguardi per nulla e per nessuno; andavano alla ricerca di pascoli erbosi, di bottino e di popolazioni da sfruttare.
Il loro espandersi fu causa di un ampio esodo verso i paesi periferici e più facili da difendersi.
Il patriarca Paolo, responsabile della città d’Aquileia, temendo le loro barbarie si rifugiò nell’isola di Grado portando con se “il tesoro della Chiesa”.
In parecchi da Mediolanum si trasferirono e trovarono rifugio a Genova, altri cercarono protezione nell’esarcato bizantino di Ravenna, altri ancora ripiegarono su Roma.
Indubbiamente l’arrivo longobardo stravolse e sconvolse la situazione territoriale ed amministrativa dello stato romano ma anche quella della Chiesa.
Dopo il 568 la nostra Penisola era divisa tra Longobardi e Bizantini.
La spinta invasiva dei Longobardi proseguì per anni e si fermò a Sud
nel 616 con l’istituzione da parte di Agilulfo dei Ducati di Benevento, nella Lucania, e terminò solo nel 744 con il cattolico Liutprando.
Il ducato beneventano divenne il centro dell’espansione longobarda nel Meridione; partendo da lì, i Longobardi riuscirono ad occupare gran parte della pianura campana, la terra compresa tra il Garigliano e Cuma, ma dovettero fermarsi di fronte ai Bizantini arroccati nelle città marittime di Napoli e Gaeta.
Lungo la via Appia, la strada che collega le Puglie con l’antica Caput Mundi (ormai sine virtute), si abbatté la furia Longobarda; le incursioni andarono dal nord del Garigliano fino all’interno del territorio dell’Abbazia di Montecassino.
Le città al nord del Garigliano, città come Minturno, Formia e Fondi, furono vittime della stessa sorte.
All’indomani dell’avanzata longobarda Minturno l’antica terra del fasto tragicomico e delle suadenti comunicazioni tra il nord e il sud della penisola mostrava di sé lo spettacolo tremendo dell’ecatombe barbarica. La cultura classica piegava il capo sotto i colpi di una violenza devastante; la diocesi era rimasta completamente priva del clero e del popolo.
A Formia l’antico porto romano, il vescovo e la sua Chiesa erano ridotti in condizioni di grave miseria tanto che era impossibile provvedere alle necessità del popolo e del clero.
Fondi divenne addirittura centro di dimora dei longobardi, il vescovo Agnello fu costretto a rifugiarsi a Terracina.
Il papa Gregorio Magno, appena salito al soglio pontificio il 3 settembre del 590, fu costretto a riorganizzare la struttura diocesana del territorio sconvolto dalle incursioni dei barbari.
La diocesi minturnese veniva unita a quella di Formia ottobre 590, la diocesi fondana fu invece unita a quella di Terracina dove risedeva ancora il vescovo Agnello, novembre 592.
In questo contesto storico, l’insenatura naturale, un tempo luogo di villeggiatura e antico porto romano: Gaeta, divenne il rifugio delle popolazioni soggette agli attacchi di popoli barbari. Per motivi di sicurezza sull’estrema punta del promontorio gaetano, protetto dalle armi bizantine, si formò agli inizi del sec. VI un primo centro abitato, rispondente prima di tutto ad esigenze di difesa.
In parecchi si rifugiarono, inoltre, sulle colline vicine (Traetto), così come, sul piccolo promontorio dove sorge Sperlonga, o addirittura trovarono rifugio sull’isola di Ponza.
A Sud di Gaeta i Longobardi si erano stabilizzati a Capua, di lì dominavano un territorio attraversato da strade di comunicazione di primaria importanza: l’Appia e la Campana. I Bizantini ben arroccati a Napoli e Gaeta riuscirono a respingere le incursioni dei barbari, incursioni che si ripeterono con Romoaldo nel 681 anno in cui il territorio a settentrione del Garigliano fu completamente invaso e travolto dalla furia longobarda.
Il vescovo di Formia con tutto il popolo di fedeli fu costretto a rifugiarsi a Gaeta; il trasferimento della sede vescovile nel Castrum Caietanum fu però un trasferimento solo temporaneo e non definitivo:
‹‹Gli Ottimati Formiani col vescovo Adeodato II si ritirarono a Gaeta per mettersi al sicuro dalle irruzioni barbaresche››.
Correva l’anno 681.
Nacque così, in seguito alla prima ondata barbarica, parte della struttura antica della città di Gaeta, struttura urbana che si andò rafforzando con l’incastellamento, fenomeno architettonico dei secoli X e XI.
Il cristianesimo nella nostra zona, in questi secoli travagliati dalle scorrerie dei barbari prima e dei saraceni poi, riuscì sempre a riempire quel vuoto creatosi nella struttura sociale.
Il Castrum Caietanum, entrò a far parte della fondiaria papale; nel 730 ‹‹il papa Gregorio II nomina il primo Console della Repubblica Gaetana, il conte Anatolio dei Conti di Frascati, patrizio romano e tributo dei Militi, e gli dà in feudo le isole ponziane››.
Il territorio assumeva così un’importanza economico-strategica, punto d’unione e di forza per tutto il circondario della fascia costiera del Tirreno e dell’entroterra, compresa la zona degli Ausoni e degli Aurunci.
La Santa Sede, sostenuta dalle gerarchie locali, già verso il sec. IV e V, riuscì a costruirsi, nei territori minturnesi, formiani, fondani e gaetani, un vasto ed esteso Patrimonium; detto per l’appunto, Patrimonium Caietanum.
Agli inizi dell’VIII secolo il Patrimonio di S. Pietro aveva un mirabile ordinamento amministrativo ed economico.
Responsabile della gestione del territorio, un alto funzionario dell’amministrazione centrale nominato dal Papa e fornito del titolo Rector Patrimonii Cajetani.
Membro dell’aristocrazia romana, assistito da proprio officium, il rettore, disponeva di un vero e proprio consiglio di amministrazione costituito dai “consules” (Codex Diplomaticus Cajetanus I, nn. 9, 11).
Il responsabile del territorio aveva il compito di raccogliere e trasmettere a Roma il census et denarios S. Petri. I documenti più antichi del Codex attestano, inoltre, che la città di Gaeta ricopriva un ruolo fondamentale per i commerci marittimi e terrestri dell’intera zona limitrofa.
Molto stretti erano soprattutto i rapporti commerciali con Roma.
La vivacità commerciale rimase immutata anche durante le invasioni degli arabi.
I secoli VII e IX, infatti, furono caratterizzati dal movimento espansionistico islamico.
Nel giro di un secolo, per la precisione, dall’831 con la caduta di Palermo al 962 e 965 con la caduta delle fortezze bizantine di Taormina e Rametta, la Sicilia fu completamente occupata dagli arabi; nel 948 divenne emirato ereditario a favore della dinastia dei Kalbiti.
Il sopraggiungere nella nostra penisola degli arabi, chiamati Saraceni (dall’arabo as’Sharq: oriente, quindi as’sharqi, poi mutato in sonorità più latineggiante si trasforma in saracino, quindi saraceno) nel sec. IX fu causa di nuove lotte non solo nell’isola ma anche sul resto del territorio meridionale.
Nell’842 ‹‹I Saraceni, si spinsero sulle coste ed invasero Roma salendovi pel Tevere. Queste notizie allarmarono i Formiani, che talune reliquie possedevano … risolvettero di mettere al sicuro le dette reliquie, fra le quali la maggiore, che era il corpo del Martire S. Erasmo loro protettore; e tutto portarono in Gaeta e murarono in un pilastro della chiesa di Santa Maria, che funzionava da Chiesa Madre››.
Lo spostamento definitivo della diocesi da Formia a Gaeta avvenne proprio in questo contesto storico; le città di Minturno, Formia furono devastate dalle scorrerie dei saraceni accampatisi presso la foce del Garigliano.
Nell’846 ‹‹I Saraceni da Roma, gettatisi sulla via Appia, prendono questa direzione; per via incontrano la città di Fondi, che bruciarono e depredarono. Fanno subire a Formia lo stesso fato. Dalla distruzione di questa città, Gaeta ha la sede vescovile››.
La presenza di un vescovo a Gaeta è testimoniata fin dagli anni 764-766.
In una lettera di papa Paolo I a Pipino si accenna di un vescovo di Gaeta, o per essere più precisi si parla di un vescovo ancora titolare della sede di Formia. Negli anni seguenti si riscontra in alcune lettere del pontefice Adriano I a Carlo Magno di un “Campulis episcopus civitatis Caietane›› opp. ‹‹Campulus episcopus Kaetanus”.
Nell’ottobre dell’867, la sede vescovile sarà trasferita definitivamente a Gaeta, e soltanto nell’ottobre dell’867 il vescovo della Chiesa gaetana sarà “episcopus sedis sanctae gaietana ecclesiae”.
Il trasferimento del titolo, deciso dal papa Adriano I nel 787, non seguì per molti anni quello definitivo della sede episcopale, anche se la causa di questo ritardo non è di certa argomentazione.
E’ presumibile che i vescovi itineranti tra Gaeta e Formia abbiano lasciato le reliquie del Santo Martire e Patrono, Erasmo, nella sede originale, l’attuale sede archeologica, di Formia, traslandole solo in seguito all’assedio saraceno di Gaeta, nell’omonima cattedrale.
Tali supposizioni non sono però avvallate da fonti storiche precise né affatto attendibili.
Nel Codex Diplomaticus Cajetanus troviamo invece fonti storiche più certe ed informazioni dettagliate sul governo della Diocesi di Gaeta.
In questo codice vi è citata la Bolla papale del 1158 di Adriano IV (1154-1159) diretta al vescovo di Gaeta Giacinto (1152-1169) circa la conferma di tutti i beni, diritti, e privilegi conferiti alla Diocesi di Gaeta.
‹‹Bulla Adriani Pp. IV, quae confirmat et declarat iurisdictionem Caietanae Diocesis. Quartus idus Martii, indictione VII. Romae
… Intra quos fines haec noscuntur oppida costituta: Spelonca, Idru, Campellu, Maranula, Argenti, Suiu, Traiectu, Spignium, Fracte et castrum novum cum territoriis et pertinentiis suis. Quorum omnium ecclesie sive clerici sub catholicorum episcoporum regimine episcopali iure ac dispositione serventur. Insulsa quoque maris, palmariam, pontiam, senonem, pontateram in eiusdem gaietane ecclesie parrochia perpetue decernimus permanere››.
Sempre nel Codex sono riportate inoltre: la Bolla inviata da papa Alessandro III (1159-1181) al Vescovo di Gaeta Rainaldo II (1169-1179), nella quale si confermano gli stessi privilegi concessi dal suo predecessore: ‹‹Bulla Alexandri Papae III, qua iuxta exemplum decessorum quorum Paschalis, calixti, Innocentii et Ariani, Diocesi Caietanae confirmat possessionem Ecclesiarum ipsi subditarum.
… Ea propter venerabilis in cristo frater episcope Raynalde tuis precibus inclinati; ecclesiam ipsam cui deo auciore preesse dinosceris; predecessorum nostrorum Pascalis. Calici. Innocentij et Ariani. Sanete memorie romanorum Pontificum vestigiis inherentes sub beati petri et nostra protectione suscipimus et presenti scripti privilegio communimus.
Verso la fine del sec. XI la Diocesi di Gaeta comprendeva le Diocesi soppresse di Minturno, Formia. A queste due Diocesi soppresse, se ne aggiunse, nel XIX sec., una terza, quella di Fondi.
La Diocesi fondana, infatti, rimase sede vacante per ben quattro anni dal 1814, al 1818.
Il primo di luglio del 1818 la Diocesi di Fondi assieme ai paesi che la componevano, Ponticelli (l’attuale Monte S. Biagio) Lenola, Pastena, Campodimele, Vallecorsa, Acquaviva, venivano aggregati al territorio della Diocesi di Gaeta.
Nei momenti di assoluta importanza storica e religiosa Gaeta , dal 1848-1849, è la terra dell’esule papa: Pio IX.
Durante la sua permanenza nella città-fortezza, mentre nel resto d’Italia infuriava aria di rivoluzione, quella rivoluzione che nel giro di breve tempo avrebbe portato alla tanto desiderata unificazione del suolo italiano, Pio IX, secondo fonti molto attendibili, durante un momento di riflessione e meditazione nella Cappelletta d’oro di fronte al quadro dell’Assunzione della Vergine di Scipione Pulzone, risalente al 1531, ebbe l’intuizione della proclamazione del Dogma della Immacolata Concezione.
Proprio Pio IX al ritorno della sua permanenza forzata a Gaeta, eleverà questa Diocesi ad Arcidiocesi.
Attualmente l’Arcidiocesi ha un’estensione territoriale compresa, nella fascia marittima tra Sperlonga ed il Garigliano, e verso l’interno, la zona a nord-est che si estende tra i comuni di Monte S. Biagio, Lenola, Ausonia ed i comuni a sud-est di Castelforte e SS. Cosma e Damiano. Fanno inoltre parte della Diocesi le Isole Pontine: Ponza, Ventotene, Zannone e Palmarola.
